Per iniziare…

Novembre 22, 2008 – 1:47 pm

Benvenuti nel nostro nuovo blog sull’insegnamento dell’italiano all’inizio del Terzo millennio! Per iniziare e per familiarizzare con questo nuovo strumento che ci permetterà di continuare a discutere anche al di fuori dei nostri incontri, vi proponiamo di mandare un semplice commento con una citazione tratta da un libro o da un articolo che parli dell’italiano, della grammatica o dell’insegnamento. Io (Simone) scelgo questa:

“Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!”, “Quanto è solida, ingegnosa, acuta!”. Solo il fatto di sapere che esistono diversi tipi di parole e che bisogna conoscerli per definirne l’utilizzo e i possibili abbinamenti è una cosa esaltante. Penso che non ci sia niente di più bello, per esempio, del concetto base della lingua, e cioè che esistono i sostantivi e i verbi. Con questo avete in mano il cuore di qualunque enunciato. Stupendo, vero? I sostantivi, i verbi… Forse bisogna collocarsi in uno stato di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica. A me sembra di farlo senza alcuno sforzo. Credo di aver capito com’è fatta la lingua a due anni, in un colpo solo, sentendo parlare gli adulti. Per me le lezioni di grammatica sono sempre state sintesi a posteriori e, al limite, precisazioni terminologiche. Mi chiedo se sia possibile, attraverso la grammatica, insegnare a parlare e a scrivere bene a bambini che non hanno avuto l’illuminazione che ho avuto io. Mistero.”

Muriel Barbery, L’eleganza del riccio (2006)

  1. 19 Responses to “Per iniziare…”

  2. Ottima iniziativa. Aderisco con piacere, su invito di Simone.
    Ho scelto una citazione su un argomento che mi sta molto a cuore: la lettura.
    Lascio dunque la parola a Umberto Eco (Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979, p.51)

    “Il testo è dunque intessuto di spazi bianchi, di interstizi da riempire, e chi lo ha emesso prevedeva che essi fossero riempiti e li ha lasciati bianchi per due ragioni. Anziututto perché un testo è un meccanismo pigro (o economico) che vive sul plusvalore di senso introdottovi dal destinatario (…). E in secondo luogo perché, via via che passa dalla funzione didascalica a quella estetica, un testo vuol lasciare al lettore l’iniziativa interpretativa, anche se di solito desidera essere interpretato con un margine sufficiente di univocità. Un testo vuole che qualcuno lo aiuti a funzionare”.

    By Francesca Antonini on Nov 22, 2008

  3. Complimenti a Simone, che ha avuto l’idea e che l’ha realizzata – benissimo! – nel breve volgere di uno sbatter di palpebre.
    Accolgo l’invito di “citare”, riportando alcuni brevi testi che già avevo menzionato il 1° ottobre, quando abbiamo inaugurato il corso.

    1. Le cose che bisogna avere appreso prima di farle, noi le apprendiamo facendole: per esempio, si diventa costruttori costruendo, e suonatori di cetra suonando la cetra. [Aristotele]

    2. À l’école, avant d’évaluer, de certifier, de sélectionner, on est censé enseigner. [Perrenoud]

    3. Ce n’est pas le jeu qui est naturel à l’enfant, mais le travail. [Freinet]

    Termino con una citazione a memoria, da un articolo di Umberto Eco di una quarantina di anni fa (mi pare si intitolasse “Sentire due campane”): “Bisogna imparare a confondersi le idee sin da piccoli, per avere le idee in chiaro da grandi”: un grande trattato di pedagogia!

    By Adolfo on Dic 4, 2008

  4. Gli indiani del Nordamerica stanno molto attenti a questa storia dei racconti. Dicono che quando si racconta una storia, le piante non si preoccupano di crescere e gli uccelli dimenticano di nutrire i piccoli.

    Eduardo Galeano, Las palabras andantes

    Del resto, come ho già scritto, ogni testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare parte del proprio lavoro.

    Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi

    Invece quando scriveva sentiva in sé qualcosa di esclusivo che lo distingueva: come un’isola piena di soli e colori meravigliosi, in lui emergeva qualcosa dal mare di grigie sensazioni che giorno dopo giorno lo stringeva, freddo e indifferente. E quando, nel corso della giornata, durante i giochi o le lezioni, pensava che la sera avrebbe scritto la sua lettera, gli pareva di portare appesa a una catena invisibile una chiave d’oro con cui, quando nessuno vedeva, avrebbe aperto la porta di meravigliosi giardini.

    Robert Musil, Il giovane Törless

    By Francesco Giudici on Dic 4, 2008

  5. Mi dispiace molto di non aver partecipato al terzo incontro e quindi mi fa molto piacere veder realizzata l’idea di Simone e poter quindi comunicare con voi.
    La prima citazione è tratta da un articolo di Lilia Teruggi, docente di Didattica della Lettura e della Scrittura all’Università di Milano:

    “Il lavorare con testi reali all’interno di pratiche sociali di lettura e di scrittura consente di riflettere sia su aspetti che riguardano il sistema di scrittura (ortografia, punteggiatura, ecc.) sia su aspetti che riguardano le proprietà dei diversi modelli testuali (struttura, funzione, lessico, ecc.).

    La seconda è dello scrittore Erik Orsenna:

    “C’era una volta. la frase magica che, ogni giorno, dall’infanzia alla morte, ci porta in viaggio. C’era una volta. Le quattro parole che danno inizio alle nostre partenze più belle. Ecco perché mormorare “c’era una volta” è come issare la vela. Pagina bianca, vela bianca. CI imbarchiamo nelle parole o sul mare. Davanti a noi gli orizzonti misteriosi.”

    By Anna Zaninelli on Dic 7, 2008

  6. Anna riporta una citazione di Erik Orsenna che mi richiama:

    “Ma quando stavo per gettare la spugna, un incontro fortuito con un venezuelano mi permise di conoscere la storia di Oscar, che ora racconto cominciando con la frase magica con cui un tempo iniziavano le belle storie.
    C’era una volta un ragazzo di un barrio proletario che con grande fatica, lavorando, aveva studiato per diventare elettricista.”

    Luis Sepulveda, La voce del silenzio in Le rose di Atacama

    E visto che ho la tastiera sotto le dita:

    “Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? e con quale facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta.”

    Galileo Galilei, Dialogo dei massimi sistemi (Sagredo)

    By Francesco Giudici on Dic 8, 2008

  7. Aprì il libro alla prima pagina dei blu. C’erano tantissimi quadratini con le sfumature più incredibili. Sotto ciascuno, i nomi. Alcuni non li avevo mai sentiti, e non conoscendone i nomi non li avevo mai nemmeno visti. Le cose esistono solo se hai le parole per chiamarle, mi dissi mentre cominciavo a sfogliare.
    Blu di Prussia, blu turchese, ardesia, azzurro cielo profondo, blu lavanda provenzale, blu topazio, azzurro freddo, azzurro cipria, azzurro bambino, indaco, marina francese, inchiostro, blu mediterraneo, zaffiro, blu regale, ciano chiaro, fiordaliso. Tanti altri.

    Gianrico Carofiglio, Ragionevoli dubbi, Sellerio, 2006.

    By Lucia Bossi on Dic 10, 2008

  8. Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, dal Cap. 3 Esattezza

    .. apro questa conferenza sull’esattezza in letteratura col nome di Maat, dea della bilancia.
    Tanto più che la Bilancia è il mio segno zodiacale. Cercherò prima di tutto di definire il mio tema. Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:
    1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
    2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che
    non esiste in inglese, «icastico»;
    3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e
    dell’ immaginazione.
    Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia
    prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre
    usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.
    Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la ca-
    ratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.
    Non m’interessa qui chiedermi se le origini di quest’epidemia siano da ricercare nella politica, nell’ideologia, nell’uniformità burocratica, nell’omogeneizzazione dei mass-media, nella diffusione scolastica della media cultura. Quel che mi interessa sono le possibilità di salute. La letteratura (e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

    By Ivano Crotta on Dic 11, 2008

  9. Ciao a tutti! Per la prima volta provo a inoltrare un commento su un blog (si dice così?) … non so fare i rientri, non so fare il corsivo o sottolineare … insomma, è già un miracolo che riesca a scrivere…
    La citazione che voglio proporre non è tanto comoda, ma trovo il suo contenuto molto aderente alla realtà e per questo mi fa piacere scriverla.

    Daniel Pennac, Diario di scuola, Milano, Feltrinelli, 2008, p. 218:

    “L’idea che si possa insegnare senza difficoltà deriva da una rappresentazione idealizzata dello studente. Il buon senso pedagogico dovrebbe rappresentaci il somaro come lo studente più normale che ci sia: quello che giustifica pienamente la funzione di insegnante poiché abbiamo tutto da insegnargli, a cominciare dalla necessità stessa di imparare! E invece no. Sin dalla notte dei tempi scolastici, lo studente ritenuto normale è quello che oppone meno resistenza all’insegnamento, quello che si presume non dubiti del nostro sapere e non mette alla prova la nostra competenza, uno studente che ci faciliti il compito, dotato di una capacità di comprensione immediata, che ci risparmi la ricerca delle vie d’accesso al suo intelletto, uno studente naturalmente fornito di una capacità di apprendimento, che cessi di essere un ragazzino turbolento o un adolescente problematico durante la nostra ora di lezione, uno studente convinto sin dalla culla della necessità di tenere a freno i propri istinti e le proprie emozioni mediante l’esercizio della ragione se non si vuole vivere in una giungla di predatori, uno studente consapevole che la vita intellettuale è una fonte di piaceri che possiamo variare all’infinito, rendere sempre più raffinati, mentre la maggior parte degli altri piaceri è condannata alla monotonia della ripetizione o all’usura del corpo, insomma uno studente che abbia capito che il sapere è l’unica soluzione allo stato di schiavitù in cui ci terrebbe l’ignoranza e consolazione unica alla nostra ontologica solitudine.”

    By Ivana Mora on Dic 12, 2008

  10. Mi butto anch’io e per la prima volta partecipo ad un blog.
    La mia è una citazione sulla lettura tratta dal libro intitolato “Una goccia di splendore” di Fabio Pusterla, Casagrande, 2008.

    “Siccome la lettura, o meglio della lettura insufficiente e in qualche caso nulla dei giovani si parla spesso, propongo di saltare i preamboli e di dare per certa l’esistenza del problema: che è un problema drammatico. Però, come sempre, le cose si complicano appena si guarda più da vicino la situazione. Per esempio: davvero tutti i giovani non leggono? Evidentemente no, e non solo perché esistono moltissimi giovani lettori appassionati, ma anche perché a volte sembra che l’abitudine alla lettura sia inversamente proporzionale al numero di anni trascorso a scuola. Cioè: molti bambini leggono volentieri; una parte non piccola di loro, tuttavia, sembra smarrire il gusto e l’abitudine negli anni successivi, per una somma di ragioni non sempre chiarissime: manca il tempo, l’impegno scolastico si fa più serrato, bisogna studiare e non si ha più tempo per leggere, aumentano le distrazioni e le attività collaterali. Ecco un bel paradosso: più si studia, meno si legge. Non è sempre vero per fortuna: ma anche se fosse vero solo qualche volta, forse la scuola dovrebbe farsi qualche domanda. La scuola vuole poi dire prima di tutto gli insegnanti: leggono gli insegnanti? Leggono per piacere, voglio dire, e sono così entusiasti della lettura da far sentire ai loro studenti, indipendentemente dalla materia che insegnano, che i libri sono sempre lì accanto come amici?”

    By Riccardo Marioni on Dic 21, 2008

  11. Prendo lo spunto dalla citazione inserita da Riccardo Marioni, per segnalare che con il Movimento della Scuola stiamo organizzando, per fine gennaio 2009, molto probabilmente a Bellinzona, una serata di presentazione e discussione del libro di Fabio Pusterla … con Fabio Pusterla s’intende!

    Aggiungo questo spunto che mi sembra di un certo interesse e che, credo, starebbe sicuramente meglio nelle acque dello stagno appartenente a Gianni Rodari.

    “Ho tentato, non so con quale fortuna, di comporre dei racconti lineari. Non oso affermare che siano semplici; non c’è sulla terra una sola pagina, una sola pagina che lo sia, poiché tutte quante postulano l’universo, il cui più noto attributo è la complessità.”

    Jorge Luis Borges Il manoscritto di Brodie (prefazione)

    By Francesco Giudici on Dic 21, 2008

  12. Ringrazio Francesco per la segnalazione: un blog ha senso anche per queste cose. Ringrazio anche tutti coloro i quali stanno contribuendo al lancio dell’iniziativa con i loro preziosi contributi e con le belle citazioni.

    A presto!

    By Simone Fornara on Dic 21, 2008

  13. Il riferimento di Lucia a Gianrico Carofiglio mi permette di riprendere con un contributo postnatalizio un pochino particolare.

    Nel paese dove, come ha detto efficacemente Gianrico Carofiglio all’Espresso, “da 15 anni Berlusconi è il padrone delle parole della politica”, perché “ha scelto lui i nomi con cui chiamare le cose e gli argomenti”, l’Unità portava ogni giorno in prima pagina altre parole, continuando a chiamare le cose col proprio nome, non con gli pseudonimi berlusconiani e dunque “riformisti”: su questa Unità la guerra è guerra, e non missione di pace; il separatismo è separatismo, non federalismo fiscale; il razzismo è razzismo, non sicurezza; il monologo è monologo, non dialogo; l’inciucio è inciucio, non riformismo; il regime è regime, non governo di destra con cui dialogare; i mafiosi sono mafiosi e i corrotti corrotti, non vittime del giustizialismo…

    Marco Travaglio, Per chi suona la banana (art. 26-8-2008)

    By Francesco Giudici on Dic 26, 2008

  14. Segnalo che ho cambiato collocazione ad alcuni dei vostri interventi. Ne ho spostati tre o quattro sotto il secondo articolo, sull’essenza della parola, perché mi sembravano più “in tema” così.

    Ciao e grazie per la partecipazione

    By Simone Fornara on Dic 29, 2008

  15. accidenti, un migliaio dei miei libri giace, causa traslochi, dentro scatoloni in un magazzino!
    Ho in mente un paio di libri da citare, prima però dovrò recuperarli!

    Comincio comunque a proporvi qualcosa di semplice:

    Un giorno Matilde disse: – Da domani tutto sarà diverso. Domani divento grande. Domani è il mio primo giorno di scuola. Imparerò a leggere, a scrivere, a contare, imparerò un sacco di cose. E naturalmente non avrò più tempo. La mattina a scuola, il pomeriggio a studiare.
    Annabella Ciglialunghe guardava annoiata fuori dalla finestra, mentre Leo faceva finta di dormire. Soltanto Tommaso guardò spaventato Matilde e spalancò i suoi occhi di vetro marroni.
    - Certo, – disse Matilde, – non potete capire. Siete ancora troppo piccoli per capire queste cose. Imparare a leggere è importantissimo, non si ha più bisogno di implorare un grande quando si vuole ascoltare una storia. Si prende un libro, ci si distende sul letto e si legge. E anche imparare a scrivere è importante! Non bisogna più chiedere aiuto a nessuno quando si vuole scrivere una lettera alla nonna. Ci si siede alla scrivania, si prende un foglio di carta e si scrive. Imparare a contare, poi, è il massimo. Così si può controllare da soli quanto si ha nel salvadanaio. Si può comprare qualcosa senza consegnare il borsellino alla cassa, sperando che il resto sia giusto. Quando si diventa grandi le cose cambiano!

    Jutta Richter, Annabella Ciglialunghe

    By Andrea Panizza on Dic 31, 2008

  16. Andrea Panizza nomina il personaggio di Matilde che richiama immediatamente l’omonima protagonista di un conosciuto libro di Roald Dahl. Sempre lo stesso scrittore inglese, nel “GGG”, mette in bocca al gigante questo discorso (che probabilmente obbligherà Simone a pensare di spostare il contributo! [risolvo il problema duplicando la prima parte del commento. Simone]) …

    “Le parole – disse – mi ha sempre abracadabrato. Prova ad avere un po’ di pazienza con me, e non capilla. Come ti ho già spiegato, io sa benissimo quello che parole vuole dire, ma in un modo o nell’altro le parole finisce sempre per intortiglintricarsi.”

    Sia l”abracadabrato” che “intortiglintricarsi” mi sembrano piuttosto eloquenti e completano qualche anfratto, pur nella loro apparente irregolarità costitutiva, del discorso di GIanni Rodari.

    Estendendo il problema alla comprensione linguistica fra popoli diversi, faccio una capriola con qualche avvitamento e ripesco:

    “I fautori della lingua unica vorrebbero suscitare artificialmente una lingua irrigidita definitivamente, che non soffra cambiamenti nello spazio e nel tempo, urtandosi nella scienza del linguaggio, che insegna essere una lingua in sé e per sé espressione di bellezza più che strumento di comunicazione, e la storia della fortuna e del diffondersi di una particolare lingua dipendere strettamente dalla complessa attività del popolo che la parla.”

    Antonio Gramsci, Il grido del popolo (16 febbraio 1918)

    By Francesco Giudici on Gen 2, 2009

  17. Che ricchezza questo blog! Le citazioni sono davvero tutte bellissime.
    Cercando tra i miei ricordi un testo sulla parola, mi sono ricordata un testo del Tao-te-ching (ovviamente tradotto), che iniziava parlando della parola. Eccolo:

    Dal Tao Te Ching, Lao-tze, circa 6 secoli a.C.

    Le parole vere non sono elaborate.
    Le parole elaborate non sono vere.

    Gli uomini buoni non disputano.
    Gli uomini che disputano non sono buoni.

    Coloro che sanno non sono pieni di parole.
    Coloro che sono pieni di parole non sanno.

    Il saggio non accumula.
    Egli accresce il suo tesoro lavorando per gli esseri umani;
    accresce la sua ricchezza dandosi agli altri.

    La via del cielo benefica tutti e non danneggia nessuno.
    La via del saggio lavora per tutti e non contende nessuno.

    By Giuditta Mainardi Crohas on Gen 8, 2009

  18. e sempre citando Erik Orsenna:

    “Vedete, le parole sono come le note. Non basta metterle insieme. Senza regole, niente armonia. Niente musica. Soltanto rumori. La musica ha bisogno di solfeggio, così come la parola ha bisogno di grammatica. Ricordate ancora qualcosa di grammatica???…”

    By Epi Pedrazzi on Gen 13, 2009

  19. “La fantasia è un posto dove ci piove dentro.”

    L’aforisma è di Italo Calvino.
    Durante una conferenza alla New York University, conferenza tenuta più o meno un quarto di secolo fa, lo scrittore diceva:

    “Quanto al linguaggio, è stato colpito da una specie di peste. L’italiano sta diventando una lingua sempre più astratta, artificiale, ambigua; le cose più semplici non vengono mai dette direttamente, i sostantivi concreti vengono usati sempre più raramente. Questa epidemia ha colpito per primi i politici, i burocrati, gli intellettuali, poi si è generalizzata, con l’estendersi a masse sempre più larghe d’una coscienza politica e intellettuale. Il compito dello scrittore è combattere questa peste, far sopravvivere un linguaggio diretto e concreto, ma il problema è che il linguaggio quotidiano che fino a ieri era la fonte viva a cui gli scrittori potevano ricorrere, adesso non sfugge all’infezione.”

    (Mondo scritto e mondo non scritto)

    A me il riferimento a una lingua astratta,artificiale, ambigua sembra promuovere un possibile elenco di aggettivi negativi estensibile con munificenza alle prossime lettere dell’alfabeto. Ed è su questa considerazione che chiudo con un altro aforisma di Italo Calvino che molto probabilmente non si riferisce alla mia interpretazione…:

    “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.”

    By Francesco Giudici on Gen 16, 2009

  20. Con Dario, durante la pausa fra il primo e il secondo dell’incontro di dicembre, avevo discusso un po’ della funzione fática. Così, quando mi son trovato sotto gli occhi questo brano (discutibile sotto almeno un punto di vista!) ho deciso di destinarlo a questa parte del nostro blog.

    “In una conversazione lo scopo principale di un uomo orientale è comunicare il suo pensiero con qualsiasi mezzo possibile, e non trasmettere il suo messaggio in maniera scientifica e accurata. Egli accumula metafore e superlativi, rinforza il discorso con gesti delle mani ed espressioni facciali in modo da far capire all’ascoltatore quello che vuol dire. Parla per immagini. Il suo linguaggio parlato va a braccetto con il linguaggio gestuale più antico, e la prima cosa che colpisce l’attenzione dei viaggiatori occidentali è proprio questo abbondante gesticolare. L’uomo orientale indica quasi tutto quello che menziona nel suo discorso, e rappresenta ogni suo sentimento ed emozione attraverso movimenti corporei …”

    Abraham Ribhany, The Syrian Christ, 1916

    P.S. La traduzione di uno stralcio contenente questo brano l’ho incontrata in un volume che circola sotto il titolo “Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere” a cura di Tim C. Leedom e Maria Murdy.

    By Francesco Giudici on Feb 18, 2009

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